Lo Stanford Prison Experiment: l’effetto del contesto sul comportamento

Nel 1971 Philip Zimbardo eseguì uno degli esperimenti più importanti nel campo della psicologia sociale, lo Stanford Prison Experiment.

I risultati di questo esperimento misero in rilievo come mai prima di allora l’enorme influenza del contesto sociale e culturale sul comportamento del singolo individuo, sulle sue scelte etico-morali.

Nei seminterrati della Stanford University, a Palo Alto, California, Zimbardo reclutò dei giovani che assegnò casualmente a una di due categorie: guardie o prigionieri.

L’esperimento consisteva nel riprodurre nel corso di qualche giorno le dinamiche tipiche della vita di prigione, con le guardie che dovevano governare e sorvegliare ogni istante della vita dei (finti) detenuti.

Dopo qualche giorno dall’inizio dello studio, iniziarono ad accadere delle cose inaspettate, eventi che spinsero Zimbardo a considerare seriamente di abortire prima del tempo l’intero esperimento.

I ragazzi assegnati al ruolo di guardie, infatti, si erano trasformati in veri e propri sadici, crudeli ed irragionevoli nei confronti dei prigionieri, che, a loro volta, dimostravano una strana accettazione delle sevizie, quasi come se tutti si fossero scordati di essere solamente dei partecipanti ad un esperimento.

La maggior parte dei ragazzi aveva introiettato il proprio ruolo in una misura assai preoccupante e, soprattutto nel caso delle guardie, i tratti violenti di pochi, già in parte presenti prima dell’esperimento, avevano come infettato gli altri, creando così una vera e propria cultura della violenza.

Zimbardo, in anni successivi, scrisse un libro, l’Effetto Lucifero, che esplorava esattamente le implicazioni dello Stanford Prison Experiment, ovvero il modo in cui le strutture sociali nelle quali gli individui sono immersi influenzano il comportamento dei singoli.

Zimbardo stesso testimoniò nel processo intentato contro i militari americani di Abu Ghraib, la prigione irachena in cui era divenuta abitudine assillare ed umiliare sadicamente i prigionieri, in una dinamica molto simile a quella avvenuta alla Stanford University decenni prima.

Lo Stanford Prison Experiment ci lascia un insegnamento importantissimo, ovvero quello di non sottostimare mai l’influenza del contesto in cui ci troviamo sulle nostre azioni e, dunque, in fin dei conti, su chi siamo.

La nostra libertà di autodeterminarci, di prendere decisioni, di essere degli agenti morali è costantemente sotto assedio da parte di strutture invisibili che stanno tutto intorno a noi e consistono nei valori condivisi dalle piccole e grandi culture di cui facciamo parte.

Queste hanno spesso il potere di manifestare in noi tratti nascosti, nel bene o, purtroppo, nel male.

La responsabilità del singolo e, molto spesso, la sua unica salvezza è il costante sforzo a consapevolizzarsi rispetto a cosa lo muove, a cosa lo porta a comportarsi in un certo modo.

Troppe volte, nel corso della storia, abdicare questa responsabilità ha portato brave persone a trasformarsi in dei veri e propri mostri.

Dott. Giuliano Pizzeghello